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giovedì, 26 novembre 2009

Ti ho vista di sfuggita

Ti ho vista di sfuggita
dopo anni
percorrevi una strada qualunque
in un giorno qualunque
Avevi un vestito che non ho riconosciuto
questo fanno gli anni che macinano
i nostri passi
stravolgono i ricordi, perché siamo già altri
da quelli che un minuto fa
dicevamo essere i nostri noi
Avevi un vestito viola che non conoscevo
una camminata sicura che non ti sapevo
e son restato a guardarti sfilarmi
la te stessa che possedevo
indietro di molti anni
che cosa resta di fronte all'adesso
che tutto piega, tutto vuole
ingordo complice di un futuro
che chi sa quando e come
tornerà ad apparirmi
docile porto, il mio approdo lento
Che cosa resta di quella gioia
improvvisa e del dolore bianco
che fa vergogna dire ad un altro

Ti ho vista di sfuggita
dopo anni
percorrevi una strada qualunque
in un giorno qualunque
Eri tu senza dubbio sicuramente
eppure tu non eri
quella che io abbracciavo
quando finiva la luce del pomeriggio
e promettevo le stesse cose
che tu mi promettevi
Mi hai tolto tutto
mi resta, soltanto,
qualche capo d'abbigliamento
che tengo nel guardaroba
che ho dentro
e che starà per l'eternità
vuoto
senza più un corpo a gonfiarlo


postato da: ferrovito alle ore 12:47 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 04 novembre 2009

Autunnale

In questa sospensione
di foglie, l'odore
di ciclamino
nel letto dell'estate
un mattino
è solo una nebbia
tra un chiudere le ciglia
e aspettare controvoglia
l'autobus arancione
Cosa ricordare?
Cosa tenere?
A portata di mano il gelo
sul marciapiede
e le mille luci opache
dei negozi
- quasi chiusi d'altronde-
In questa marmellata
di coperte, il sapore
giallastro
di spiagge spagnole
è solo un riverbero
tra l'abbaiare di cani
sul balcone
e il camminare senza voglia
verso la meta elementare
L'inverno non ha premure
mette fretta nei gesti e nei passi
In questa scoperta
landa di terra
ci avvolge il suono
di gas che brucia
castagne e fotografie

E niente sarà più lo stesso
come mai lo è stato
perchè niente abbiamo
avuto in dono
dall'estate
se di tutto quel calore
rimane
soltanto uno sbuffo
di fiato
due guance rosse
che fa male baciare


postato da: ferrovito alle ore 23:27 | link | commenti (2)
categorie: poesia
martedì, 27 ottobre 2009

Cosa manca?

Ragazzo, non puoi essere così stupido! Disse perentorio Armando, vecchio incartapecorito, cardatore di materassi da anni.
Ma che ho fatto? Chiese timido Filippo, mani giunte, fronte alta, e nessuna certezza dall’alto dei suoi dodici anni.
Guarda, guarda! Indicò Armando lana grezza che fuoriusciva dal materasso. Cucitura sbagliata! Sbagliatissima! E schiaffo sonoro sulla guancia.
Nubi si diradavano lente, sole altissimo, estate di fuoco. Quel lavoro era massacrante.
Arrivarono nei cortili, è pomeriggio.
Filippo lavorò meglio che poteva. Mai mance fino allora, ed erano mesi ormai. Sette di sera, ancora chinato su materassi rigonfi, nel tanfo che mandano cipolle e olio.
Armando che parla, Filippo che pensa: vuoi vedere che sta vecchia sgancia qualcosa.
Infatti, dopo aver parlato col capo, sorride, lo chiama. Vieni ragazzo, vieni. Tende mani e sorriso.
Filippo spera. Spera tanto. Tieni, tieni, bravo giovane. Nelle mani di Filippo tre caramelle. Tre. Involucro malconcio, forse ammuffite. Sibila grazie. Pensa alla cena di sua madre per consolarsi. 
  

postato da: ferrovito alle ore 11:01 | link | commenti
categorie: racconto
lunedì, 19 ottobre 2009

Scava nel petto

Scava nel petto
nel letto
l'amore paziente
tra sudore e freddo
scava un buco asciutto
dove cova assorto
intanto che è inverno
Così simile all'odio
così tanta solitudine
da sembrare
un suono estraneo 
lo stesso respiro
Scava nel petto
nel letto
l'amore paziente
un caldissimo nido
di silenzio

postato da: ferrovito alle ore 20:42 | link | commenti
categorie: poesia
mercoledì, 30 settembre 2009

Cosa fai la notte

Cosa fai la notte
appollaiato al davanzale, uccello triste
con le occhiaie e latte sullo stomaco
Cosa fai, mentre la citta dorme
quali pensieri si accumulano
di oggi e di ieri
- specialmente di ieri -
Come riempire le ore
se tutto ha lo stesso sapore
di polvere e niente
Per la strada poche bianche ombre
niente di eccitante
Tua moglie è morta
che sono sei anni
Il tempo riempie di crocette
il calendario dei santi
e sono visite e la file in posta
Cosa fai al notte
tu che sei stato dei nostri
che avevi occhi e mani e certo
prati tutti tuoi dove stenderti
insieme a lei
Avevi il dormiveglia, la penombra
e luce sulla fronte
Ora ti mancano i denti
e conti i soldi
Nessuno ti ha mai detto
che la notte sarebbe stata questa
A saperlo, cambiavi la tua vita
forse
o forse è soltanto l'ennesimo
pretesto
per un lamento solitario di vecchio
di notte appollaiato al davanzale


postato da: ferrovito alle ore 11:41 | link | commenti
categorie: poesia
domenica, 27 settembre 2009

Premio letterario nazionale "UN AMORE OLTRE L'ESTATE" Prima edizione 2009

SEZIONE RACCONTI
I primi 10 Classificati:

1)MAI AVUTA UNA STORIA - LAUTO FEDERICA
2)E VESPA SIA, NO? - FERRO VITO
3)A LA UNA SALE LA LUNA - NICASSIO VITO
4)LE IMMAGINI DEL PASSATO - MAROLDA RAFFAELA
5)DITELO COI FIORI - MILLIONI RENATO
6)SOGNO DI FINE ESTATE - CARLONI LOREDANA
7)TRANSIT - RINALDI LUIGI
8)PARTENZA - SCOZZARO ANDREA
9)DOVE TRAMONTA IL SOLE - FRIGO VALENTINA
10)UN'AUTOMOBILE UNA VITA - COTTINI RENATO
 
 
Il sogno si interrompe sul più brutto. Mi alzo, mi vesto e me ne esco di casa verso le dieci. Il sole è tondo come il muso impertinente di un gatto, arancio a colate di giallo, riverbera sottile sulla strada che si scioglie.
Distesa estate, stagione di densi climi,
dei grandi mattini, dell'albe senza rumore, ci si risveglia come in un acquario. E tra le pareti di cristallo invisibile mi muovo verso il palo sotto casa. Il mio palo. Dove lego la vespa. La vespa mi guarda, sbilenca adagiata e freme, lo so, perché la porti dentro l’aria dei suoi massimo 60 kilometri all’ora. Nessuno attorno. Se non la scia pastello di un barbone che non ho mai visto. Si trascina verso una pozza d’ombra fitta, una specie di carriola la sua casa, i suoi averi.
Tu dove sei? Sotto quale ombra stai ridendo di me, del mondo, dell’inverno che è lontano come una stazione minuscola della Bolivia.
Roma sfrigola, e al telegiornale dicono che un caldo così non c’era da cento anni. Ogni anno dicono così.
Accendo la vespa, romba cortese. Partiamo.
Dalla periferia, alti alveari distorti, grigio celeste e rosa pallido, balconi ingombri di cose, case piene di odori fitti, verso il centro. Quale centro? Roma ha migliaia di centri. Roma è l’insieme dei suoi centri.
Ieri notte di fronte alla birra ho giurato che avrei fatto il turista. Io. Ti rendi conto? Io turista della mia città.
Affronto i campi desolati di Tor Bella Monaca con fare deciso, me li lascio dietro e vorrei singhiozzare.
Poche macchine al limite dell’impero. Un anguraio si fa aria con la Gazzetta rosa. Da una radio si prospetta la fine del mondo, nel caldo.
Tu avrai caldo, sicuramente. Patisci il caldo. Soprattutto quando ti abbracciano senza fiato, stretta, una cascata di braccia sulla tua schiena e sul petto gonfio. O almeno, quando stavi con me gli abbracci li pativi. Sei arrivata a patire tutto di me, anche i fiati.
Me ne sto a destra, non sforzo il motore, non c’è fretta.
In piazza della Repubblica vedo le merci ordinate dei cinesi abusivi, i loro volti fissi, sorrisi mesti che sanno di riso in bianco, di smog diluito a pensieri.
Qualcuno mi grida dietro qualcosa, sicuramente per via del cuore disegnato sulla carena. Quello che hai disegnato tu. Ti dissi, ricordi?, così mi rovini la vespa. Rispondesti sicura: così ti ricordi di me. Come hai potuto pensare che fosse ciò che volevo? Come hai potuto permetterti anche questa cattiveria? Il tuo cuore io non ce l’ho, l’ho mai avuto? E mi resta l’abbozzo gocciolante sul fianco sinistro, un rosso acceso che stride con l’azzurrino della carrozzeria. Ma tanto è che non l’ho ancora cancellato. Non so perché.
Il colle del presidente manda bagliori verdastri, lame sottili. Inizio a vedere i primi, veri turisti. Spaesati montoni in fila per due che arrancano come il barbone sotto casa mia. In cerca di una bottiglietta da mezzo litro di naturale che qualcuno gli farà pagare due euro. I più patetici sono gli inglesi, con quella loro pelle biancastra che diventa rossa subito, per il sudore e il sole, per l’imbarazzo di stare davanti a tutte le meraviglie decadenti, alla sfrontatezza della gente. Io sono il romano meno romano che c’è, mi dicevi. E me ne vanto. Io, così diverso da tutti i tuoi amici. Loro sì prototipi perfetti di ciò che ci si aspetta dai nipoti di Cesare. Ma ti è mai piaciuto questo mio essere diverso? Me lo chiedo e mi rispondo cacciando un ricordo dietro l’altro,  sotto le ruote della vespa che stride intorno al Colosseo.
Dei giorni identici, astrali, stagione la meno dolente, di oscuramenti e di crisi. Quanto ci vorrà prima che io ammetta il disastro? Quanto per espellere questa rabbia sorda muta e cieca come una scimmia, che a te assomiglia e per te è sorta? Mi fermo al bar preferito, il nostro, ed ordino un caffè lungo. Lo bevo piano, caldo su caldo, tremore su tremore. Un brivido asciutto.
Felicità degli spazi, nessuna promessa terrena può dare pace al mio cuore quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca.
Il cielo di Roma stamattina trabocca di luce e indolenza, ma non pace. Irrequieto più della mia piccola moto, butto lì l’occhio caso mai tu. Ben sapendo che sei persa con l’allegra comitiva ed io Peck scombinato non ho nessuno da portare a farsi mangiare la mano se dice bugie.
Dov’è l’errore, dove la madornale offesa? Ognuno dei nostri giorni è una lenta agonia che torna, una fitta allo stomaco, ma forse è la troppa caffeina.
 Stagione estrema, che cadi prostrata in riposi enormi. Sotto le ruote liquide di un furgoncino, riposa o forse muore un randagio spelacchiato. In via del Corso c’è un po’ più di movimento, e alcuni negozi sono aperti. Fin da bambino m’è sempre piaciuto andare a vedere i sempre uguali poster del cinema qua vicino. Prima dell’immancabile monetina luccicante nella vasca dei desideri. Soprattutto Totò, Manfredi, De Niro. Cosa chiedevo lanciando il mio obolo misero tu lo sai. Ma la mia parte nel film importante è finita. Nei tuo titoli di coda di sicuro vengo dopo il tecnico del suono, gli operatori di ripresa. Io che credevo d’essere il protagonista, almeno il cattivo. E’ l’ora della tua pastiglia, che ingoi senz’acqua, è l’ora in cui ti piace fare il bagno. Chi ti sta spruzzando l’acqua addosso non sa che non patisci l’ingresso in mare. Non come me.
Il mio intento di svagato turismo non sta funzionando. Vedo gli estranei che sono ancora più estranei, e mi rendo conto di non avere una rubrica telefonica all’altezza della mia malinconia. Il cellulare muto sembra un telecomando inutile. E dire che ci sto provando, e con impegno, a vedere queste insegne, i ciottoli, gli angoli, le gonne delle ragazze, i volti taglienti dei negozianti come fossero appena sorti, dal magma appiccicoso di metà agosto, dalla bolla incantata di silenzio che fischia. Come fossero nuovi, ingenui, strani, vergini. Io li ho già guardati e pure tu, insieme li abbiamo slabbrati non c’è niente da fare, da che erano intonsi, forse in un passato di sterminata folgore, noi li abbiamo ribattezzati con gli sguardi e i continui giri in vespa, c’è l’alone del tuo corpo dietro la mia schiena e braccia che mi stringono appena sopra lo stomaco, altro che caffeina. Niente può essere nuovo e niente stupore. Lo stupore è l’addio che gira e gira e non smette, in ogni sorso di respiro affannoso, in ogni tiro di sigarette.
Dai oro ai più vasti sogni, stagione che poni la luce a distendere il tempo di là' dai confini del giorno.
Eppure nella mia mancanza d’appetito, nello scarso sonno, nella tua assenza c’è una sorta di poesia che mi frulla tra i capelli e non è l’aria (immobile, stagnante, ricca di profumi di pietra e acqua di fontane), c’è poesia negli occhi che parlano altre lingue e mi guardano (loro sì che credono che io sia il prototipo del buon romano) e forse hanno simpatia, c’è poesia sulle tovaglie dei ristoranti, tra le macchie di nero dei vicoli, sulle panchine deserte di Villa Borghese, sotto i ponti, a Trastevere che sonnecchia ancora, tra le pagine dei libri che qualcuno dimentica apposta in stazione Termini. E’ la poesia di chi ha vissuto e sta vivendo, il momento peggiore, quello più eterno. Non l’amore che dura pochi istanti e si consuma mentre ridi, ma il ripensarci piano, a lungo, sorsi tiepidi che sconquassano dentro. Ogni sobbalzo sul sellino, ogni frenata ad un semaforo, perfino la coda davanti alla bocca che faccio da solo. E quando è il mio turno, nonostante tutta la mia volontà, la rabbia, la solitudine vischiosa, la mia mano non è monca ed io ti amo  allora. A te che sei scomparsa eppure ancora sembri mettere a volte nell'ordine che procede qualche cadenza dell'indugio eterno.

postato da: ferrovito alle ore 11:18 | link | commenti
categorie: racconto, concorso
domenica, 20 settembre 2009

Nel dopodomani

La schiuma nel bicchiere
e vedere macchie negli occhi
soprattutto in un campo di cielo bianco
poi pensare a biglietti d'addio
a lunghe fughe indolenti
e tra le gambe, impazienza
Non è sempre domenica
ma questa riveste con la sua patina
le ore migliori del silenzio
La musica, poi i libri
e la sabbia rimasta nelle tasche
Le foto in controluce 
gli scontrini dei bar
e una maglietta nuova
Abbiamo spostato la nostra lingua
dentro la bocca
affinché pronunciasse parole ignote
e ci infilavamo ognuno
nello sguardo dell'altro
per dirci le fantasie
Fermarsi per strada
la notte è passata
la notte di persiane socchiuse
sui canti di adolescenti ubriachi
La fontana, la ricordi?
tutto è così intatto e puro
se già sfuma è per via della
nostra aspettativa
Si sbaglia chi dice che
ciò che è passato non cambia
Tutto diventa altro
nel momento che stringiamo
l'attimo futuro
ed entriamo, piano, le mani avanti
nel dopodomani


postato da: ferrovito alle ore 11:49 | link | commenti
categorie: poesia
venerdì, 18 settembre 2009

Ho vinto il Concorso Nuove Emozioni

VINCITORI CONCORSO LETTERARIO “NUOVE EMOZIONI”:

1. IL MATRIMONIO – Sig. Vito Ferro

2. INTRIGO – Sig.ra Chantal Mazzacco

3. L’APPUNTAMENTO - Sig.ra Renata Di Sano e

3. EX EQUO: UN VOLO… ECOLOGICO - Sig.Giancarlo Milani


MOTIVAZIONI PER IL VINCITORE:

“IL MATRIMONIO” - Il racconto rivela profonda sensibilità nella descrizione dei vissuti psicologici dei protagonisti, colti con originalità nel contesto di una cultura “altra” rispetto alla tradizione italiana.


Lui la vide entrare nell’enorme salone come attraverso una nebbia di umido grigio.
Vide il riflesso sfocato del sari brillante, oro e arancio, ma non il volto.
Nel momento del suo ingresso, i parenti iniziarono a fare chiasso, ridendo e gridando il suo nome.
 Non poté quindi dire se lei avesse sorriso o meno, se si fosse emozionata o il gelido del suo cuore le avesse mantenuto il viso fermo, paralizzato come il suo.
Lui si ricordava che era dalla notte prima che non sorrideva.
Lei era entrata con suo padre e i suoi fratelli. La madre, che lui aveva conosciuto la settimana prima e che non aveva mai aperto bocca durante l’incontro, pendeva sul pavimento floscia, i capelli perfetti, le rughe tracciate di netto. La madre forse non era contenta.
Il padre di lei disse qualcosa alla sala, qualcosa che fece battere le mani a tutti e che permise ancora una volta a lui di capire la profondità di caverna di quella voce, le sue intenzioni e il suo carattere.
Una voce così non l’aveva manco suo padre, ed io, pensò lui, non l’avrò mai nella vita.
Gli parve di scorgere, attraverso la nebbia dell’umidità delle due, la testa di lei che si chinava al suono dell’imperiosa presentazione del padre.
Mentre lei veniva scortata al tavolo, lui si rese conto che ormai aveva abbandonato ogni speranza sul suo aspetto fisico. Ore ed ore a immaginarla orrenda, sfigurata, insopportabile l’avevano preparato ad ogni cosa. Solo raramente aveva fatto cadere la mente sulla possibilità della bellezza, e della complicità. Come idea vana, illusoria, simile in tutto e per tutto a quella di un rifiuto categorico.
Fuori l’aria immobile stagnava sugli animali, sui campi e le palme alte. Un odore forte di pollo veniva dalle cucine, mentre servitori affaccendati vivevano quel rito come routine.
Lui pensò alla donna che aveva visto su un giornale americano da bambino. Si disse che perlomeno, in ogni istante del suo futuro, in ogni istante pesante e infelice, avrebbe potuto pensare a quella donna. E a quel paesaggio nel quale la donna era piazzata.
Lei si avvicinò lentamente salutando tutti gli invitati con un inchino. Il sari si faceva via via più grande, luminoso e opprimente.
Al momento dell’incontro, lui avrebbe guardato di lato, o oltre, per paura di vederla bene e scoppiare a piangere.
Perché suo padre non capiva? Perché doveva essere così? Si morse le labbra e poi capì che per lei doveva essere la stessa cosa, se non più difficile ancora. Era più giovane di lui di due anni (due anni rubati ai giochi tra il canneto e le basse colline), più debole, più impotente. Tra loro due, perlomeno, lui avrebbe comandato. Lei, in fondo, era la vera vittima. La vittima assoluta, il sacrificio di lei era e di nessun’altro.
Ma lui, sapeva, sarebbe stato il terminale di quel sacrificio, non richiesto, a lui sarebbe spettato il gesto di resa di lei. Lui che non lo chiedeva. Questo era angustiante. Questo era insopportabile.
Sapersi debole, sapere di stare facendo violenza e non poterlo neanche confessare.
Cercò con tutte le forze di crederla diversa da sé, astuta e calcolatrice, rassegnata in quanto vuota. E, allo stesso tempo, immaginare se stesso come vittima che non ci sta, che terrà la guardia alta, che non si farà abbindolare e trasportare nel vortice, che Shiva mi assista.
Lei gli era davanti.
Sforzò gli occhi per vedere oltre quel corpo minuscolo, oltre le sue fattezze che catturò soltanto come sfondo sfocato. Per quel momento ancora il contatto non era permesso. Fu un attimo, veloce e leggero come il chicco di riso che cade a terra staccato dal suo nido.
Erano affianco. Davanti a loro, tutta la parentela, sterminata, delle due famiglie cantava.
Lui provò a sorridere ma la nausea lo investì.
Vide i suoi fratelli, ubriachi, e i suoi zii e provò odio per loro. Per suo padre e sua madre no, non ci riuscì, anche se alla fin fine erano stati loro a decidere. Odiò più i suoi zii e ancora di più i lontani parenti. Immaginò di non riuscire a mangiare nulla.
La festa riprese pian piano, nel brusio annacquato della sala. I camerieri portarono delle verdure lessate e sovraccariche di spezie. Il sole doveva essere altissimo.
Lui cercò lei con al coda dell’occhio, e vide soltanto una sagome rigida più bassa di lui, che cercava di stare ritta, fasciata da quelle stoffe che dovevano farla soffrire non poco. Gli parve di riconoscere un odore particolare in mezzo a quel chiasso di profumi. Una cosa che le sue sorelle mettevano nei capelli nei giorni dopo il raccolto.
Le avrebbe voluto parlare. E confessare tutto.
La vide, un quarto di viso grazie ad un movimento lieve del collo, una torsione minima, portare alla bocca una piccola manciata di riso. Il cuore si compresse nel petto. Gli fece pena.
Lei si sentì scoperta. Riportò il riso nel piatto, la bocca minuscola chiusa, due occhi fatti della sostanza della notte. Abbozzò un sorriso al quale lui non rispose.
Dentro la notte dei suoi occhi vide la tristezza più assoluta.
E allora decise di innamorarsi di quella bimba.  

postato da: ferrovito alle ore 13:18 | link | commenti
categorie: racconto, concorso, promozione
lunedì, 14 settembre 2009

Chi viene a farmi visita di notte?

Chi viene a farmi visita di notte?
Tra lenzuola bianche e sudaticce
nel suono incostante
della pioggia sulla mia fronte
uno scostare inconscio
di capelli, un digrignar di denti?
Chi sono quei volti
di volta in volta
pallidi eccitati silenti
pensierosi, guadenti poco
che dicono parole
d'ordine e sussurri
Io ne ricordo a malapena qualcuno:
un vecchio collega
inghiottito dall'abbraccio
del tempo,
una femmina che ho intravisto
uscendo da un pomeriggio
era il 1998
Forse me stesso
da bambino giocando
E gli altri?
Nasi bocche occhi mani
tutto un lungo andare
e ripassare nei corridoi stretti
tra il mio letto e il comodino
tra la finestra e, infine, il mattino
quando mi sveglio e li cerco
come a un appuntamento
con una donna che sai
che non verrà mai
ma tu lo stesso stai, solo,
tra una folla di altri volti
che lo ignorano
e passano, passano
senza sussulti


postato da: ferrovito alle ore 10:31 | link | commenti
categorie: poesia
martedì, 25 agosto 2009

Via Bologna

Prima di Via Bologna, il pullman apre le porte e aspetta.
Sul marciapiede sotto il riparo della balaustra c’è un uomo.
Robusto, straniero, con il cappottone grigio scuro, di ordinanza per tutti i nord africani in Italia.
Gli occhi sembrano palle nere incastrate tra grinze di carne.
I capelli sono compatti, sopra la fronte libera a righe.
L’uomo sta in piedi, in mano una bambina di uno o due anni, un giubbotto gonfio a palloncino rosa, le guance fredde e il cappello a cuffia, ricevuto da qualche chiesa.
L’altra mano dell’uomo si è liberata lasciando la presa di un’altra figlia.
Più grande della piccola, già da scuola.
Magra, con la coda dei capelli neri che sbatte sopra lo zainetto, la bambina è salita sul pullman da sola.
Si è girata a dare le spalle a tutti i passeggeri, sorridendo, ha di fronte suo padre e sua sorella che la guardano.
Lei guarda loro fissamente, sempre con un velo in bocca.
Il padre la osserva serio, le dà istruzioni nella loro lingua, la piccolina fa ciao con la mano.
Il padre volta la sua smorfia a lato.
Ma già l’autista riparte, così si gira di scatto, dal punto nell’orizzonte annacquato sul quale si era posato, rifissa la figlia, oltrepassando il vetro, la porta, i passanti che non si accorgono degli sguardi e dei movimenti con le mani.
La bambina sul pullman segue con gli occhi voltati le figure sulla strada che si allontanano.
Seria, concentrata, tremando, inizia a contare le fermate.

postato da: ferrovito alle ore 18:17 | link | commenti
categorie: racconto
sabato, 22 agosto 2009

1510_vito_ferro_lho_lasciata_perche_lamavo_troppo

Audio pubblicato da ferrovito
Audio pubblicato da ferrovito

postato da: ferrovito alle ore 09:58 | link | commenti (2)
categorie:
martedì, 04 agosto 2009

Udienza

Ill.mo Signor Giudice,
verrò subito al punto della questione: mi trovo oggi al suo cospetto poiché mi si accusa di essere un romantico. Niente di meno, niente di più. Accusa gravissima, infamante, accusa senza appello. E ciò in virtù di prove mendaci e inconsistenti, di deboli appigli, di verità mutatesi in bugie per danneggiarmi.
Coloro che mi accusano, che io conosco bene, Signor Giudice, e le spiegherò come e perché, sono in buonafede, non ho difficoltà ad ammetterlo. Ma sbagliano.
Intendono  muovermi questa offesa partendo da alcune parole che io, secondo loro, avrei scritto in un momento di pace e serenità intime, su di un foglietto che, aggiungo per onestà, mi è stato sottratto illegalmente in quanto io lo conservavo su di un taccuino mio, ben celato dentro la mia stessa casa.
Mi si obietterà: come mai tu nascondi foglietti così bene? Cosa hai da nascondere? Niente, Signor Giudice, assolutamente niente. Il nascondimento, che poi non è un nascondimento, era dovuto al fatto che ciò che ho scritto, e che tra poco passeremo ad analizzare, aveva uno scopo preciso, che illustrerò a breve, di vitale importanza per me e per il Paese, e che meritava quindi la massima riservatezza nonché la massica cura: sono una persona un poco sbadata, Signor Giudice, e tendo a smarrire le cose. Solo ponendole in luoghi certi e sicuri ho la garanzia di non smarrirle definitivamente. 
Quel taccuino, che contiene segnate le spese e le entrate della finanza della mia famiglia, è un luogo sicuro. Il cassetto dentro al quale io lo ripongo, è un luogo sicuro. Il cassetto nel quale l’ho chiuso a chiave è la sede più consona a non perdere cose.

Ma veniamo al punto: cosa c’è scritto in quel foglietto. Non è ancora stata messa agli atti la “prova”, ma io vorrei, se fosse possibile, anticipare il regolare corso del processo e leggere il contenuto del foglietto. Solo così sarò in grado di difendermi dalle accuse, di mostrare l’equivoco, perché di equivoco si tratta, e ricondurre il discorso verso la sua verità elementare. Insomma diradare la nebbia dell’infamia che grava su di me, il sospetto, la voce, l’ambiguità.
Mi si accorda il permesso di leggere? Bene, allora procedo. Nel foglietto vi è scritto:

Le stelle sono in cielo stanotte
come carezze di mani guantate
e rovesciano sul mondo stanco
un pianto felice di bianco


Tutto qui. Questa è la serie di parole per cui mi si accusa. Confesso naturalmente di averle scritte io, ma non sicuramente per l’uso e l’intento che i miei accusatori intendono sostenere.
Addirittura una poesia! Dicono che io abbia scritto una poesia! Questo è assurdo.
So bene che le poesie sono state vietate ormai da tempo, e che scriverle è atto sovversivo. Non mi sognerei mai e poi mai di trasgredire a questo santo divieto. Tanto per premettere. Ma io dimostrerò, inoppugnabilmente, che queste parole non sono una poesie. No no no.

Le stelle sono in cielo stanotte. Ho scritto questo: bene, è sotto gli occhi di tutti. Questa è una verità scientifica, inappuntabile, scontata. Le stelle di notte sono in cielo. Io una notte le ho viste e ho trascritto fedelmente ciò che vedevo. Non vi sono metafore, rimandi, simboli, allegorie o altre figure retoriche propri delle poesie. E’ una semplice constatazione metereologica.
Io ho scritto questa frase con l’intento di iniziare un diario del clima giornaliero al fine di stilare una mia personale ricerca sul tempo e le sue variazioni. Un saggio altamente scientifico, che di poesia non ha proprio nulla. Vorrei che questo fosse messo agli atti e sia ben chiaro a Lei, Signor Giudice, e alla Giuria. Io volevo scrivere un saggio.
Dopo aver scritto questa semplice frase, innocua, asettica, precisa, mi è sorta un’idea importante. Ho ragionato sulla ricerca spasmodica e meticolosa che le nostre Forze Inquirenti fanno ogni giorno al fine di catturare e rendere innocui coloro che si professano, ancora oggi, pazzesco, poeti, e che quindi scrivono poesia.
So bene, come sanno tutti dentro quest’aula, quanto sia difficile condurre questo tipo di indagine. C’è da ricercare i soggetti, seguirli, intercettarli, scovarli negli anfratti più nascosti delle nostre città e una volta catturati, analizzare i testi da loro scritti o recitati con precisione e competenza, al fine di capire cosa sia poesia e cosa non lo sia.
Leggo i giornali, seguo i notiziari in tv: sono conscio della fatica e delle difficoltà incontrate quotidianamente dai nostri investigatori.

Perciò, il pensiero mi è venuto spontaneo, da bravo cittadino quale io sono, ho avuto questa illuminazione: e se chi indaga provasse a mettersi nei panni dell’indagato? Se provasse a ragionare come coloro che si comportano fuori dalla legge, se provasse addirittura a compiere gli stessi loro atti, a vedere il mondo con la loro stessa visione distorta, non sarebbe più facile innanzitutto scovarli e renderli in grado di non nuocere più?
Immedesimarsi nel nemico per carpirne schemi, segreti, mosse, ragionamenti, strategie. Questa è, a mio avviso, una disciplina altamente scientifica facente parte del bagaglio culturale e professionale di ogni buon investigatore: non mi si accusi di arroganza, è vero non sono un investigatore, ma soltanto un cittadino coscienzioso. Non ho la pretesa di mettermi al pari dei nostri indefessi funzionari, ma soltanto offrire il mio piccolo contributo alla lotta comune. Questo è stato ed è il mio intento nell’agire: e adesso mi si ritorce contro? Io devo pagare per essere stato troppo zelante? È assurdo, Signor Giudice. Assurdo e ingiusto nei miei confronti.
Ma torniamo al discorso principale.
Ho avuto questa illuminazione e mi sono posto questa domanda che subito divenne approccio metodologico: sono una mente scientifica, i miei studi e il mio lavoro lo possono confermare con certezza, e quando vi è un problema da risolvere, la mia mente si attiva al fine di sbrogliarlo.
Il mio sforzo è stato notevole: non ho praticamente mai letto una poesia in vita mia. Se si eccettua una sporadica esperienza giovanile (avevo sedici anni, Signor Giudice, e trovai un libro nascosto in una fessura  del mio palazzo, lo presi ma non lo lessi, come risulta dagli atti del processo a suo tempo sostenuto: è tutto nelle carte, condannato ad una ammenda per occultamento sì, ma sono stato prosciolto in pieno dall’accusa di lettura), la mia conoscenza della poesia è nulla.
E’ stato quindi molto difficile mettermi all’opera.

Il risultato, come esamineremo, è scarso di quantità e di qualità, ma ho comunque ottenuto un risultato.
Sono riuscito a comporre una serie di versi (dopo il primo iniziale che non lo è) che, un po’ tirata per i capelli certo, si può definire poesia. Nonostante l’esiguità del prodotto, e la sua poca qualità, ero felice di aver realizzato una prova utile agli investigatori: avrebbero essi potuto basarsi anche sulla mia realizzazione per mettere in arresto i criminali. Avrebbero potuto studiarla e includerla nel grande catalogo proibito. Avrei reso loro la vita più facile, insomma. Conscio del mio umile eppure prezioso lavoro, mi accinsi a celare ben custodito il foglietto, per poterlo l’indomani stesso portare di persona alle forze dell’ordine. Purtroppo, coloro che mia accusano, hanno maldestramente anticipato le mie mosse e mi hanno denunciato a Voi, Signor Giudice, rendendo di fatto equivoco il mio agire e mettendomi in questa spiacevole condizione.
Chi mi accusa mi conosce bene, essendo essi i miei più stretti familiari, perciò io in qualche modo dentro di me li assolvo, assolvo la loro ignoranza e la loro confusione, assolvo il loro agire, retto certo, ma avventato, in quanto hanno preso un granchio.
Non ha avuto modo di spiegare loro le mie intenzioni, poiché gli eventi sono precipitati subito verso una direzione a me contraria.
Vorrei quindi dimostrare a Voi, Giudice, Giuria, avvocati, ma anche a loro la mia più completa innocenza.

Ho scritto una poesia? Questo è il punto. Io dico di sì ma anche di no. Io ho soltanto scritto come operano i criminali. Ho ipotizzato il loro schema d’intervento, uno dei tanti. Ho cercato di fornire chiarezza. Io ho soltanto immaginato. Secondo il Codice (l’ho studiato molto bene in questi giorni di carcerazione), una poesia, per essere tale, deve essere strutturata in un certo modo, contenere una certa quantità di figure retoriche e soprattutto, cosa indispensabile, suscitare un’emozione in chi la scrive e in chi la legge.
Ebbene, per quanto riguarda ciò che io ho prodotto, se sui primi due punti potrei anche essere d’accordo e ammettere che esso li contenga: la certezza non la ho, sono ignorante in poesia, come dicevo.
Ma sul terzo, sul terzo sono sicuro al di là di ogni ragionevole dubbio: emozioni proprio non le ho provate. Anzi, una soltanto: l’orgoglio di stare servendo il mio paese! Lo stesso orgoglio che provo adesso, che proverò adesso nel leggere il resto del mio lavoro. Se vedrete delle lacrime, quindi, Signor Giudice, Giuria e Voi tutti, sappiate che sono frutto della mia felicità nell’aver aiutato il mio paese ad essere un posto sempre più felice e libero.


postato da: ferrovito alle ore 10:11 | link | commenti
categorie: poesia, racconto
lunedì, 27 luglio 2009

Vergine di Norimberga


postato da: ferrovito alle ore 11:07 | link | commenti
categorie: crudeltà

La terapia delle sei

"E il sogno rinfresca"
ma manco per il cazzo
luci poi ombre e ancora luci
un grigio e blu senza fumo
una parola tagliente come il vetro
ed io che me ne riempio le mani
E la tua faccia di tre quarti
e poi nascosta luna nella mia
esasperata pazienza
fragile come quella di chi perde
dieci pullman
E su tutto la presenza del diavolo
rotondo, efelidi e fieno del capello
macchinazione evidente
un viaggio che segnerebbe la fine

Per cui, nell'ansa umida del letto
mi sveglio e c'è la terapia delle sei
la solita sempre quella mai diversa
Mi ha salvato tante volte
mi ha tirato la cima, mi ha sporto la mano
ogni volta
lo farà anche adesso
che sta svanendo
il male sottile del sogno
ed io non ne vorrò parlare
tra poco, quando anche tu sarai con me
finalmente
anima tornata buona e pura
e riconoscente
ed io mi sentirò ridicolo
con la mia rabbia onirica
con questi resti di realtà irreale
porgendoti il caffè del mattino
un poco avvelenato
nel mio sguardo
lo sguardo di chi ancora
non si fida del tutto
 


postato da: ferrovito alle ore 06:28 | link | commenti
categorie: poesia
giovedì, 23 luglio 2009

Palio di Alpignano "corsa"


postato da: ferrovito alle ore 10:59 | link | commenti
categorie: foto