Ti ho vista di sfuggita
dopo anni
percorrevi una strada qualunque
in un giorno qualunque
Avevi un vestito che non ho riconosciuto
questo fanno gli anni che macinano
i nostri passi
stravolgono i ricordi, perché siamo già altri
da quelli che un minuto fa
dicevamo essere i nostri noi
Avevi un vestito viola che non conoscevo
una camminata sicura che non ti sapevo
e son restato a guardarti sfilarmi
la te stessa che possedevo
indietro di molti anni
che cosa resta di fronte all'adesso
che tutto piega, tutto vuole
ingordo complice di un futuro
che chi sa quando e come
tornerà ad apparirmi
docile porto, il mio approdo lento
Che cosa resta di quella gioia
improvvisa e del dolore bianco
che fa vergogna dire ad un altro
Ti ho vista di sfuggita
dopo anni
percorrevi una strada qualunque
in un giorno qualunque
Eri tu senza dubbio sicuramente
eppure tu non eri
quella che io abbracciavo
quando finiva la luce del pomeriggio
e promettevo le stesse cose
che tu mi promettevi
Mi hai tolto tutto
mi resta, soltanto,
qualche capo d'abbigliamento
che tengo nel guardaroba
che ho dentro
e che starà per l'eternità
vuoto
senza più un corpo a gonfiarlo
In questa sospensione
di foglie, l'odore
di ciclamino
nel letto dell'estate
un mattino
è solo una nebbia
tra un chiudere le ciglia
e aspettare controvoglia
l'autobus arancione
Cosa ricordare?
Cosa tenere?
A portata di mano il gelo
sul marciapiede
e le mille luci opache
dei negozi
- quasi chiusi d'altronde-
In questa marmellata
di coperte, il sapore
giallastro
di spiagge spagnole
è solo un riverbero
tra l'abbaiare di cani
sul balcone
e il camminare senza voglia
verso la meta elementare
L'inverno non ha premure
mette fretta nei gesti e nei passi
In questa scoperta
landa di terra
ci avvolge il suono
di gas che brucia
castagne e fotografie
E niente sarà più lo stesso
come mai lo è stato
perchè niente abbiamo
avuto in dono
dall'estate
se di tutto quel calore
rimane
soltanto uno sbuffo
di fiato
due guance rosse
che fa male baciare
Cosa fai la notte
appollaiato al davanzale, uccello triste
con le occhiaie e latte sullo stomaco
Cosa fai, mentre la citta dorme
quali pensieri si accumulano
di oggi e di ieri
- specialmente di ieri -
Come riempire le ore
se tutto ha lo stesso sapore
di polvere e niente
Per la strada poche bianche ombre
niente di eccitante
Tua moglie è morta
che sono sei anni
Il tempo riempie di crocette
il calendario dei santi
e sono visite e la file in posta
Cosa fai al notte
tu che sei stato dei nostri
che avevi occhi e mani e certo
prati tutti tuoi dove stenderti
insieme a lei
Avevi il dormiveglia, la penombra
e luce sulla fronte
Ora ti mancano i denti
e conti i soldi
Nessuno ti ha mai detto
che la notte sarebbe stata questa
A saperlo, cambiavi la tua vita
forse
o forse è soltanto l'ennesimo
pretesto
per un lamento solitario di vecchio
di notte appollaiato al davanzale
La schiuma nel bicchiere
e vedere macchie negli occhi
soprattutto in un campo di cielo bianco
poi pensare a biglietti d'addio
a lunghe fughe indolenti
e tra le gambe, impazienza
Non è sempre domenica
ma questa riveste con la sua patina
le ore migliori del silenzio
La musica, poi i libri
e la sabbia rimasta nelle tasche
Le foto in controluce
gli scontrini dei bar
e una maglietta nuova
Abbiamo spostato la nostra lingua
dentro la bocca
affinché pronunciasse parole ignote
e ci infilavamo ognuno
nello sguardo dell'altro
per dirci le fantasie
Fermarsi per strada
la notte è passata
la notte di persiane socchiuse
sui canti di adolescenti ubriachi
La fontana, la ricordi?
tutto è così intatto e puro
se già sfuma è per via della
nostra aspettativa
Si sbaglia chi dice che
ciò che è passato non cambia
Tutto diventa altro
nel momento che stringiamo
l'attimo futuro
ed entriamo, piano, le mani avanti
nel dopodomani
Chi viene a farmi visita di notte?
Tra lenzuola bianche e sudaticce
nel suono incostante
della pioggia sulla mia fronte
uno scostare inconscio
di capelli, un digrignar di denti?
Chi sono quei volti
di volta in volta
pallidi eccitati silenti
pensierosi, guadenti poco
che dicono parole
d'ordine e sussurri
Io ne ricordo a malapena qualcuno:
un vecchio collega
inghiottito dall'abbraccio
del tempo,
una femmina che ho intravisto
uscendo da un pomeriggio
era il 1998
Forse me stesso
da bambino giocando
E gli altri?
Nasi bocche occhi mani
tutto un lungo andare
e ripassare nei corridoi stretti
tra il mio letto e il comodino
tra la finestra e, infine, il mattino
quando mi sveglio e li cerco
come a un appuntamento
con una donna che sai
che non verrà mai
ma tu lo stesso stai, solo,
tra una folla di altri volti
che lo ignorano
e passano, passano
senza sussulti
Ill.mo Signor Giudice,
verrò subito al punto della questione: mi trovo oggi al suo cospetto poiché mi si accusa di essere un romantico. Niente di meno, niente di più. Accusa gravissima, infamante, accusa senza appello. E ciò in virtù di prove mendaci e inconsistenti, di deboli appigli, di verità mutatesi in bugie per danneggiarmi.
Coloro che mi accusano, che io conosco bene, Signor Giudice, e le spiegherò come e perché, sono in buonafede, non ho difficoltà ad ammetterlo. Ma sbagliano.
Intendono muovermi questa offesa partendo da alcune parole che io, secondo loro, avrei scritto in un momento di pace e serenità intime, su di un foglietto che, aggiungo per onestà, mi è stato sottratto illegalmente in quanto io lo conservavo su di un taccuino mio, ben celato dentro la mia stessa casa.
Mi si obietterà: come mai tu nascondi foglietti così bene? Cosa hai da nascondere? Niente, Signor Giudice, assolutamente niente. Il nascondimento, che poi non è un nascondimento, era dovuto al fatto che ciò che ho scritto, e che tra poco passeremo ad analizzare, aveva uno scopo preciso, che illustrerò a breve, di vitale importanza per me e per il Paese, e che meritava quindi la massima riservatezza nonché la massica cura: sono una persona un poco sbadata, Signor Giudice, e tendo a smarrire le cose. Solo ponendole in luoghi certi e sicuri ho la garanzia di non smarrirle definitivamente.
Quel taccuino, che contiene segnate le spese e le entrate della finanza della mia famiglia, è un luogo sicuro. Il cassetto dentro al quale io lo ripongo, è un luogo sicuro. Il cassetto nel quale l’ho chiuso a chiave è la sede più consona a non perdere cose.
Ma veniamo al punto: cosa c’è scritto in quel foglietto. Non è ancora stata messa agli atti la “prova”, ma io vorrei, se fosse possibile, anticipare il regolare corso del processo e leggere il contenuto del foglietto. Solo così sarò in grado di difendermi dalle accuse, di mostrare l’equivoco, perché di equivoco si tratta, e ricondurre il discorso verso la sua verità elementare. Insomma diradare la nebbia dell’infamia che grava su di me, il sospetto, la voce, l’ambiguità.
Mi si accorda il permesso di leggere? Bene, allora procedo. Nel foglietto vi è scritto:
Le stelle sono in cielo stanotte
come carezze di mani guantate
e rovesciano sul mondo stanco
un pianto felice di bianco
Tutto qui. Questa è la serie di parole per cui mi si accusa. Confesso naturalmente di averle scritte io, ma non sicuramente per l’uso e l’intento che i miei accusatori intendono sostenere.
Addirittura una poesia! Dicono che io abbia scritto una poesia! Questo è assurdo.
So bene che le poesie sono state vietate ormai da tempo, e che scriverle è atto sovversivo. Non mi sognerei mai e poi mai di trasgredire a questo santo divieto. Tanto per premettere. Ma io dimostrerò, inoppugnabilmente, che queste parole non sono una poesie. No no no.
Le stelle sono in cielo stanotte. Ho scritto questo: bene, è sotto gli occhi di tutti. Questa è una verità scientifica, inappuntabile, scontata. Le stelle di notte sono in cielo. Io una notte le ho viste e ho trascritto fedelmente ciò che vedevo. Non vi sono metafore, rimandi, simboli, allegorie o altre figure retoriche propri delle poesie. E’ una semplice constatazione metereologica.
Io ho scritto questa frase con l’intento di iniziare un diario del clima giornaliero al fine di stilare una mia personale ricerca sul tempo e le sue variazioni. Un saggio altamente scientifico, che di poesia non ha proprio nulla. Vorrei che questo fosse messo agli atti e sia ben chiaro a Lei, Signor Giudice, e alla Giuria. Io volevo scrivere un saggio.
Dopo aver scritto questa semplice frase, innocua, asettica, precisa, mi è sorta un’idea importante. Ho ragionato sulla ricerca spasmodica e meticolosa che le nostre Forze Inquirenti fanno ogni giorno al fine di catturare e rendere innocui coloro che si professano, ancora oggi, pazzesco, poeti, e che quindi scrivono poesia.
So bene, come sanno tutti dentro quest’aula, quanto sia difficile condurre questo tipo di indagine. C’è da ricercare i soggetti, seguirli, intercettarli, scovarli negli anfratti più nascosti delle nostre città e una volta catturati, analizzare i testi da loro scritti o recitati con precisione e competenza, al fine di capire cosa sia poesia e cosa non lo sia.
Leggo i giornali, seguo i notiziari in tv: sono conscio della fatica e delle difficoltà incontrate quotidianamente dai nostri investigatori.
Perciò, il pensiero mi è venuto spontaneo, da bravo cittadino quale io sono, ho avuto questa illuminazione: e se chi indaga provasse a mettersi nei panni dell’indagato? Se provasse a ragionare come coloro che si comportano fuori dalla legge, se provasse addirittura a compiere gli stessi loro atti, a vedere il mondo con la loro stessa visione distorta, non sarebbe più facile innanzitutto scovarli e renderli in grado di non nuocere più?
Immedesimarsi nel nemico per carpirne schemi, segreti, mosse, ragionamenti, strategie. Questa è, a mio avviso, una disciplina altamente scientifica facente parte del bagaglio culturale e professionale di ogni buon investigatore: non mi si accusi di arroganza, è vero non sono un investigatore, ma soltanto un cittadino coscienzioso. Non ho la pretesa di mettermi al pari dei nostri indefessi funzionari, ma soltanto offrire il mio piccolo contributo alla lotta comune. Questo è stato ed è il mio intento nell’agire: e adesso mi si ritorce contro? Io devo pagare per essere stato troppo zelante? È assurdo, Signor Giudice. Assurdo e ingiusto nei miei confronti.
Ma torniamo al discorso principale.
Ho avuto questa illuminazione e mi sono posto questa domanda che subito divenne approccio metodologico: sono una mente scientifica, i miei studi e il mio lavoro lo possono confermare con certezza, e quando vi è un problema da risolvere, la mia mente si attiva al fine di sbrogliarlo.
Il mio sforzo è stato notevole: non ho praticamente mai letto una poesia in vita mia. Se si eccettua una sporadica esperienza giovanile (avevo sedici anni, Signor Giudice, e trovai un libro nascosto in una fessura del mio palazzo, lo presi ma non lo lessi, come risulta dagli atti del processo a suo tempo sostenuto: è tutto nelle carte, condannato ad una ammenda per occultamento sì, ma sono stato prosciolto in pieno dall’accusa di lettura), la mia conoscenza della poesia è nulla.
E’ stato quindi molto difficile mettermi all’opera.
Il risultato, come esamineremo, è scarso di quantità e di qualità, ma ho comunque ottenuto un risultato.
Sono riuscito a comporre una serie di versi (dopo il primo iniziale che non lo è) che, un po’ tirata per i capelli certo, si può definire poesia. Nonostante l’esiguità del prodotto, e la sua poca qualità, ero felice di aver realizzato una prova utile agli investigatori: avrebbero essi potuto basarsi anche sulla mia realizzazione per mettere in arresto i criminali. Avrebbero potuto studiarla e includerla nel grande catalogo proibito. Avrei reso loro la vita più facile, insomma. Conscio del mio umile eppure prezioso lavoro, mi accinsi a celare ben custodito il foglietto, per poterlo l’indomani stesso portare di persona alle forze dell’ordine. Purtroppo, coloro che mia accusano, hanno maldestramente anticipato le mie mosse e mi hanno denunciato a Voi, Signor Giudice, rendendo di fatto equivoco il mio agire e mettendomi in questa spiacevole condizione.
Chi mi accusa mi conosce bene, essendo essi i miei più stretti familiari, perciò io in qualche modo dentro di me li assolvo, assolvo la loro ignoranza e la loro confusione, assolvo il loro agire, retto certo, ma avventato, in quanto hanno preso un granchio.
Non ha avuto modo di spiegare loro le mie intenzioni, poiché gli eventi sono precipitati subito verso una direzione a me contraria.
Vorrei quindi dimostrare a Voi, Giudice, Giuria, avvocati, ma anche a loro la mia più completa innocenza.
Ho scritto una poesia? Questo è il punto. Io dico di sì ma anche di no. Io ho soltanto scritto come operano i criminali. Ho ipotizzato il loro schema d’intervento, uno dei tanti. Ho cercato di fornire chiarezza. Io ho soltanto immaginato. Secondo il Codice (l’ho studiato molto bene in questi giorni di carcerazione), una poesia, per essere tale, deve essere strutturata in un certo modo, contenere una certa quantità di figure retoriche e soprattutto, cosa indispensabile, suscitare un’emozione in chi la scrive e in chi la legge.
Ebbene, per quanto riguarda ciò che io ho prodotto, se sui primi due punti potrei anche essere d’accordo e ammettere che esso li contenga: la certezza non la ho, sono ignorante in poesia, come dicevo.
Ma sul terzo, sul terzo sono sicuro al di là di ogni ragionevole dubbio: emozioni proprio non le ho provate. Anzi, una soltanto: l’orgoglio di stare servendo il mio paese! Lo stesso orgoglio che provo adesso, che proverò adesso nel leggere il resto del mio lavoro. Se vedrete delle lacrime, quindi, Signor Giudice, Giuria e Voi tutti, sappiate che sono frutto della mia felicità nell’aver aiutato il mio paese ad essere un posto sempre più felice e libero.
"E il sogno rinfresca"
ma manco per il cazzo
luci poi ombre e ancora luci
un grigio e blu senza fumo
una parola tagliente come il vetro
ed io che me ne riempio le mani
E la tua faccia di tre quarti
e poi nascosta luna nella mia
esasperata pazienza
fragile come quella di chi perde
dieci pullman
E su tutto la presenza del diavolo
rotondo, efelidi e fieno del capello
macchinazione evidente
un viaggio che segnerebbe la fine
Per cui, nell'ansa umida del letto
mi sveglio e c'è la terapia delle sei
la solita sempre quella mai diversa
Mi ha salvato tante volte
mi ha tirato la cima, mi ha sporto la mano
ogni volta
lo farà anche adesso
che sta svanendo
il male sottile del sogno
ed io non ne vorrò parlare
tra poco, quando anche tu sarai con me
finalmente
anima tornata buona e pura
e riconoscente
ed io mi sentirò ridicolo
con la mia rabbia onirica
con questi resti di realtà irreale
porgendoti il caffè del mattino
un poco avvelenato
nel mio sguardo
lo sguardo di chi ancora
non si fida del tutto